#Finsubito news dalla rete – «La ragazza della Stipel», la professoressa di Riva del Garda esordisce con un romanzo conteso all’asta tra gli editori


Esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo (conteso in un’asta tra editori) la professoressa Pamela Bosi, che insegna Lettere a Riva del Garda.
Il libro si intitola La ragazza della Stipel (Piemme). Prima di arrivare a Milano, Dianella la sogna: immagina le scuole grandi, le pasticcerie, i tram diretti in centro, le vetrine da guardare con sua madre. Milano, prima ancora di essere una città reale, è per lei, che viene dalla provincia, l’immagine di una possibilità. È partendo da Dianella, sua madre, che Pamela Bosi costruisce il suo esordio narrativo. Una storia familiare che attraversa il Novecento seguendo le vite di tre donne e, insieme, l’Italia che cerca di lasciarsi alle spalle la guerra. Il romanzo parte dagli anni Trenta e arriva al 1999: ci sono Milano, la provincia, il Trentino, il lavoro e soprattutto l’emancipazione femminile. Dianella la mamma dell’autrice entra alla Stipel, l’antenata della Telecom, quando un posto fisso in una grande azienda rappresenta, per una ragazza, una strada verso l’autonomia. Il percorso delle tre protagoniste permette anche di osservare quanto sia cambiata la condizione delle donne: dalla generazione della nonna di Pamela Bosi, che conosce molto presto il lavoro e le rinunce, a quella della madre, che conquista nuove possibilità, fino alla sua nella contemporaneità, per la quale lo studio universitario e la libertà di scelta sono diritti acquisiti.

Bosi, com’è nata questa storia?
«Qualche anno fa mi è venuto in mente il titolo di questo libro, La ragazza della Stipel, e insieme al titolo è arrivata anche la storia, che ho poi trascurato. L’anno scorso mia madre è stata molto male e questo mi ha spinta a riprendere in mano il romanzo: farlo in quel momento è stato volere conservare per sempre la nostra memoria familiare».

Che Milano racconta nel libro?
«Si vede soprattutto la crescita di mia madre e anche il suo percorso di emancipazione, ma sullo sfondo c’è una Milano che non esiste più: è la Milano degli anni Cinquanta e poi degli anni Sessanta, una città che si sta ricostruendo, che cambia velocemente e che offre nuove opportunità a chi arriva con la voglia di lavorare. Per Dianella, Milano rappresenta proprio questo, non soltanto una grande città, ma la possibilità di uscire da un mondo più piccolo e avere davanti prospettive nuove».

È una saga familiare femminile?
«Nel libro ci sono figure maschili importanti, naturalmente, ma le protagoniste e il filo della memoria familiare sono soprattutto femminili. Gli uomini sono presenti, ma spesso in chiaroscuro, mentre attraverso le donne si segue il cambiamento della famiglia e, in parte, quello della società».

Il romanzo racconta anche un passaggio generazionale della condizione femminile tra lavoro e diritti?
«Quando guardo le tre generazioni femminili della mia famiglia, vedo un cambiamento enorme. Mia nonna aveva frequentato soltanto la seconda elementare, era stata mandata a servizio da bambina, per lei il lavoro era innanzitutto una necessità. Con mia mamma la situazione cambia, soprattutto ha avuto accesso a un lavoro che le ha permesso di costruire la propria autonomia. Io, invece, ho avuto possibilità che loro non hanno avuto: ho potuto studiare all’università e scegliere un percorso diverso».

Che cosa racconta, in questo senso, il lavoro alla Stipel?
«Racconta molto bene le contraddizioni di quell’epoca: da una parte il lavoro offre alle donne una possibilità concreta di indipendenza, dall’altra, il modo in cui sono organizzati gli ambienti di lavoro mostra che la parità è ancora lontana. Un dettaglio significativo è quello dell’abbigliamento. Alla Stipel anche d’estate le donne indossavano il grembiule nero con il colletto bianco, mentre gli uomini potevano lavorare con la camicia a maniche corte. Oggi non è più come allora, ma tracce di quel maschilismo sono rimaste nel mondo del lavoro contemporaneo. La differenza è che oggi abbiamo strumenti, consapevolezza e possibilità che per le donne di allora erano molto più limitate».

Nel suo futuro, cosa c’è, professoressa o scrittrice?
«Non vorrei che La ragazza della Stipel rimasse il mio solo romanzo pubblicato. Ho già scritto un altro libro, ambientato in Trentino, una saga familiare nel luogo che è la mia seconda anima, dopo Milano, la città in cui sono nata».


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