Donald Trump chiede alla Federal Reserve di portare gli Stati Uniti ad avere i tassi d’interesse più bassi del mondo. Se la banca centrale non obbedirà, minaccia di interrompere gli scambi con i Paesi dai quali gli americani acquistano più di quanto riescano a vendere. La politica monetaria e quella commerciale vengono così unite attraverso un ultimatum rivolto a soggetti differenti: la Fed dovrebbe tagliare i tassi, altrimenti a pagare sarebbero i partner degli Stati Uniti.
Il presidente ha affidato la minaccia a Truth Social, poche ore dopo la pubblicazione dei nuovi dati sul lavoro. «Abbassate i tassi o smetterò di commerciare con i Paesi con i quali abbiamo un deficit», ha scritto in lettere maiuscole. Secondo Trump, il costo del denaro colloca l’economia americana in una posizione ingiustamente svantaggiata rispetto alle concorrenti.
La dichiarazione contiene tre problemi politici destinati a pesare sulle elezioni di metà mandato: i mutui vicini al 7%, il costo crescente degli interessi sul debito federale e il disavanzo commerciale. Trump li presenta come parti della stessa distorsione, prodotta da una banca centrale troppo severa e da partner economici che approfittano dell’apertura del mercato americano.
La connessione appare immediata. Tassi più bassi dovrebbero ridurre il costo dei finanziamenti, facilitare l’acquisto di una casa e alleggerire il rifinanziamento del debito pubblico. Una maggiore pressione commerciale dovrebbe invece costringere gli altri Paesi a comprare più prodotti americani. La difficoltà nasce dal fatto che ciascuno di questi prezzi viene determinato attraverso meccanismi diversi e può reagire alla minaccia nella direzione opposta a quella desiderata.
La Federal Reserve ha mantenuto dall’inizio dell’anno il tasso sui federal funds nell’intervallo compreso tra il 3,5 e il 3,75%. Il livello influenza il costo del credito a breve termine, ma non determina direttamente il tasso applicato a un mutuo trentennale o il rendimento dei titoli di Stato con scadenze lunghe. Questi dipendono anche dalle aspettative sull’inflazione, dalla crescita, dal deficit federale e dalla fiducia degli investitori.
Il 3 settembre, il tasso medio di un mutuo americano a trent’anni ha raggiunto il 6,71%, in aumento rispetto al 6,66% della settimana precedente. È questa la cifra che entra nella vita degli elettori: una famiglia può affrontare una rata molto più alta rispetto a quella disponibile negli anni del denaro quasi gratuito, anche se il tasso stabilito dalla Fed si trova diversi punti più in basso.
Trump vorrebbe riportare i mutui intorno al 3%. Per ottenere un risultato simile non basterebbe tuttavia un singolo taglio della banca centrale. Gli investitori dovrebbero convincersi che l’inflazione continuerà a diminuire, che il debito pubblico resterà sostenibile e che i titoli del Tesoro conserveranno il proprio valore nel tempo. Una riduzione dei tassi percepita come politicamente imposta potrebbe indebolire proprio quella fiducia.
La pressione presidenziale arriva inoltre nel momento in cui i dati sul lavoro suggeriscono un’economia ancora resistente. Ad agosto sono stati creati 162 mila posti e la disoccupazione è rimasta ferma al 4,1%. Un mercato del lavoro più forte delle attese riduce l’urgenza di sostenere l’economia attraverso il credito e aumenta il rischio che salari e consumi mantengano elevata l’inflazione.
Gli operatori hanno quindi aumentato le scommesse su un possibile rialzo alla riunione del 15 e 16 settembre. La Fed deve perseguire la stabilità dei prezzi e il massimo livello sostenibile di occupazione. Se il lavoro tiene e l’inflazione resta sopra l’obiettivo, un taglio dettato dalla Casa Bianca diventerebbe difficile da giustificare attraverso i dati.
Kevin Warsh, scelto dallo stesso Trump per guidare la banca centrale, si trova ora al centro dello scontro. Ha assunto la presidenza della Fed a maggio e a Jackson Hole ha ribadito che l’obiettivo d’inflazione del 2% deve essere considerato fermo. Nella riunione di luglio il Comitato aveva preferito attendere nuovi dati prima di modificare i tassi.
La nomina di un presidente vicino all’amministrazione non ha dunque trasformato la Federal Reserve in un ministero economico della Casa Bianca. Le decisioni vengono assunte dal Federal Open Market Committee, nel quale siedono i membri del Board e i presidenti delle banche regionali. Trump può nominare i vertici quando si liberano i posti e può esercitare una pressione politica intensa; non dispone però del potere di fissare direttamente il tasso.
L’indipendenza della Fed serve soprattutto quando la scelta più utile per il ciclo elettorale non coincide con quella necessaria per la stabilità dei prezzi. Un governo ha interesse ad abbassare il costo del denaro prima del voto, perché credito e consumi possono accelerare rapidamente. L’inflazione prodotta da quella scelta può manifestarsi più tardi, quando il vantaggio politico è già stato ottenuto.
Trump trasforma il contrasto in una questione di patriottismo. Ha chiesto ai membri della banca centrale di «diventare intelligenti» e di comportarsi da patrioti, suggerendo che mantenere alti i tassi equivalga a danneggiare consapevolmente gli Stati Uniti. Il linguaggio riduce una valutazione tecnica sulle pressioni inflazionistiche a una prova di lealtà politica.
Il secondo bersaglio è rappresentato dai Paesi con i quali Washington registra un deficit commerciale. A luglio, il disavanzo americano di beni e servizi è salito a 88,6 miliardi di dollari, con un aumento di 17,4 miliardi rispetto a giugno. Le importazioni hanno raggiunto 399,3 miliardi, mentre le esportazioni sono scese a 310,7 miliardi.
Per Trump, il deficit misura una perdita. Se gli Stati Uniti acquistano più automobili, elettronica o macchinari di quanti ne vendano a un Paese, quel partner avrebbe sottratto produzione e ricchezza ai lavoratori americani. La soluzione consiste nel minacciare dazi, restrizioni o la sospensione degli scambi fino a quando il rapporto non sarà riequilibrato.
Una bilancia commerciale non funziona però come il conto tra due imprese. Gli americani importano beni perché famiglie e aziende li domandano, mentre i dollari ricevuti dai produttori stranieri vengono spesso reinvestiti negli Stati Uniti, anche attraverso l’acquisto di titoli del Tesoro. Il deficit commerciale convive così con un afflusso di capitali che contribuisce a finanziare l’economia e il debito federale.
Il dollaro svolge inoltre la funzione di principale valuta di riserva mondiale. Banche centrali, imprese e investitori hanno bisogno di dollari per commerciare e conservare riserve. Gli Stati Uniti forniscono quella liquidità acquistando beni dall’estero e vendendo attività finanziarie. La forza internazionale della moneta americana rende strutturalmente più facile importare capitali e, insieme a essi, mantenere un deficit commerciale.
Questo non significa che ogni disavanzo sia irrilevante. Una dipendenza eccessiva dall’estero nei semiconduttori, nei farmaci o nei minerali critici può diventare un problema di sicurezza nazionale. La chiusura di stabilimenti produce costi sociali concentrati in determinati territori. Il dato bilaterale non permette tuttavia di distinguere una vulnerabilità strategica da un normale effetto della specializzazione produttiva.
Un produttore americano può importare componenti da Taiwan, assemblarli negli Stati Uniti e vendere il prodotto finale in Europa. La statistica registra il deficit con Taiwan, senza attribuirgli l’intero valore generato successivamente dalla filiera americana. Interrompere gli scambi eliminerebbe l’importazione, ma potrebbe impedire anche la produzione e l’esportazione del bene finito.
La minaccia rivolta ai Paesi in surplus non possiede inoltre una relazione diretta con le decisioni della Fed. Germania, Cina, Giappone, Messico o Vietnam non stabiliscono i tassi americani. Colpirli per costringere Warsh a ridurre il costo del denaro significa usare una parte dell’economia come leva contro un’istituzione interna.
Se applicata letteralmente, la misura interromperebbe rapporti con alcuni dei principali fornitori e mercati degli Stati Uniti. Le aziende americane dovrebbero sostituire rapidamente componenti e prodotti, spesso acquistandoli a prezzi maggiori. I partner potrebbero rispondere con restrizioni sulle esportazioni o dazi contro i beni statunitensi.
L’effetto immediato sarebbe una riduzione dell’offerta e un aumento dei costi. Le imprese trasferirebbero almeno una parte dell’incremento sui consumatori. La Fed si troverebbe allora davanti a una nuova pressione inflazionistica e avrebbe una ragione ulteriore per non tagliare i tassi.
La minaccia commerciale può quindi produrre il paradosso centrale dell’intera strategia: per ottenere denaro meno costoso, Trump propone una misura capace di rendere più costosi i beni e più prudente la banca centrale.
Anche il debito pubblico reagirebbe al rischio. Il debito federale ha superato i 40 mila miliardi di dollari e l’aumento dei rendimenti rende progressivamente più oneroso rifinanziarlo. Il rendimento del Treasury decennale si è avvicinato al 4,8%, dentro una vendita generalizzata di titoli di Stato che ha coinvolto anche Europa e Giappone.
La Casa Bianca attribuisce una parte del problema alla Fed. Gli investitori osservano però anche i deficit di bilancio, le spese pubbliche, le riduzioni fiscali e l’affidabilità complessiva della politica economica. Se prevedono più inflazione o temono che il governo utilizzi il commercio e la moneta in modo imprevedibile, chiedono un rendimento maggiore per prestare denaro agli Stati Uniti.
La riduzione del tasso sui federal funds può abbassare i costi a breve, mentre i rendimenti a lunga scadenza possono contemporaneamente salire. È accaduto altre volte quando i mercati hanno interpretato una scelta accomodante come il preludio a maggiore inflazione. Il presidente otterrebbe il taglio nominale richiesto senza il calo dei mutui e degli interessi sul debito che aveva promesso.
La prima reazione dei mercati alla minaccia è stata limitata. Azioni, dollaro e Treasury non hanno registrato movimenti paragonabili alle turbolenze provocate dai primi annunci tariffari. Gli operatori hanno trattato il messaggio soprattutto come uno sfogo politico, non come un provvedimento di imminente applicazione.
Questa indifferenza protegge temporaneamente l’economia, ma indebolisce la leva presidenziale. Una minaccia commerciale funziona quando imprese e governi la considerano abbastanza credibile da modificare il proprio comportamento. Se viene giudicata irrealizzabile, diventa un messaggio destinato agli elettori più che agli interlocutori economici.
Resta anche il problema giuridico. Il presidente dispone di ampi poteri nelle emergenze e nella tutela della sicurezza nazionale, ma una sospensione generalizzata degli scambi sarebbe contestata nei tribunali e richiederebbe una base legale più solida di quella necessaria per singoli dazi. Il Congresso conserva competenze costituzionali sul commercio internazionale, anche se nel tempo ne ha delegate una parte all’esecutivo.
Trump utilizza tuttavia la minaccia per costruire un responsabile riconoscibile. Se mutui e interessi restano elevati, la colpa sarà attribuita alla Fed. Se il deficit commerciale aumenta, saranno indicati i partner esteri. La complessità del mercato del credito viene sostituita da un conflitto tra chi vuole aiutare gli americani e chi, secondo la Casa Bianca, impedisce di farlo.
La pressione può risultare efficace sul piano elettorale perché parte da un problema reale. Il costo della casa limita l’accesso alla proprietà, blocca molte famiglie nei mutui stipulati a tassi inferiori e rallenta le compravendite. Gli interessi sul debito riducono lo spazio disponibile per altre politiche pubbliche. La competizione delle importazioni ha colpito intere aree industriali.
La risposta di Trump consiste nell’affidare ogni soluzione alla forza contrattuale del presidente. La Fed dovrebbe tagliare perché lui lo chiede; i partner dovrebbero riequilibrare gli scambi perché temono di perdere il mercato americano. È una visione nella quale le istituzioni indipendenti e le relazioni commerciali diventano strumenti di una trattativa permanente.
Il limite emerge quando gli interlocutori non possono concedere ciò che viene richiesto o quando il loro cedimento genera un costo superiore al beneficio. Warsh non può ignorare l’inflazione senza compromettere la credibilità della banca centrale. Un Paese non può acquistare artificialmente qualsiasi quantità di prodotti americani. Un’impresa non può sostituire in pochi giorni una filiera costruita durante decenni.
Trump ha individuato tre vulnerabilità autentiche dell’economia americana, mutui costosi, debito crescente e squilibrio commerciale, e le ha concentrate in un solo ultimatum. La Fed può abbassare un tasso; non può garantire mutui al 3%, finanziare senza rischi 40 mila miliardi di debito e obbligare il resto del mondo a comprare americano. Se la politica sostituisce questa distinzione con la minaccia, il prezzo può tornare agli elettori sotto forma di inflazione.
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