Esiste una “via italiana” all’astrattismo: una storia autonoma, una fisionomia riconoscibile e una centralità europea che troppo spesso la lettura del Novecento artistico ha lasciato in secondo piano.
È questa la tesi di partenza della mostra “Balla, Fontana e l’astrattismo italiano. Capolavori della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea”, che da oggi, sabato, al 31 marzo 2027 porta nelle sale di Palazzo Valle, a Catania, sessantotto opere capaci di restituire ampiezza e complessità a una stagione decisiva dell’arte italiana. Sessantuno lavori provengono dalla Gnamc di Roma, mentre sette appartengono alla collezione della Fondazione Puglisi Cosentino, che ospita l’esposizione.
Curata dalla direttrice della Gnamc Renata Cristina Mazzantini e da Gabriele Simongini, la rassegna attraversa oltre settant’anni di ricerca, dagli esordi di Giacomo Balla nel 1912 fino alle sperimentazioni degli anni Ottanta. Non un semplice repertorio di nomi illustri, ma un tentativo di riconoscere un filo comune dentro esperienze differenti: la capacità di coniugare rigore geometrico, invenzione cromatica e sensibilità mediterranea. Simongini individua proprio nella prospettiva italiana il valore critico del percorso. Se Kandinsky rappresenta una linea lirica di matrice espressionista e Mondrian e Malevič quella geometrica e costruttiva, l’esperienza nella penisola si distingue per il dialogo tra il modulo, inteso come elemento che si ripete trasformandosi, e il colore-luce. È una geometria mai del tutto fredda, attraversata dalla memoria, dall’immaginazione e dalla vitalità della materia.
La mostra si articola in un percorso di 15 sale, che si apre con Giacomo Balla, protagonista di una stagione pionieristica capace di anticipare alcune delle conquiste dell’astrazione geometrica europea. Accanto a lui, Gino Severini ed Enrico Prampolini mostrano quanto il passaggio dalla figurazione all’autonomia delle forme sia stato complesso e tutt’altro che lineare (interessante anche l’opera “dadaista” di Julius Evola). Il percorso prosegue attraverso gli anni Trenta, con le esperienze legate alla Galleria del Milione e al Gruppo di Como, per arrivare alle molteplici direzioni del secondo dopoguerra: Forma 1, lo Spazialismo di Lucio Fontana, l’Informale, la pittura monocroma e oggettuale, fino all’arte cinetica e programmata.
Accanto ai grandi protagonisti, trovano spazio personalità come Osvaldo Licini, Atanasio Soldati, Carla Badiali e Mauro Reggiani, restituendo una trama di relazioni e sperimentazioni che supera le ricostruzioni più consuete. Molte opere della Gnamc, custodite nei depositi e raramente visibili al pubblico, diventano così occasione di riscoperta e di studio.
Un capitolo di particolare interesse riguarda la presenza siciliana. La rassegna rende omaggio a Forma 1 (segnando il primo omaggio dell’ottantesimo anniversario del collettivo nato nel 1947) al quale appartennero artisti siciliani come Carla Accardi, Pietro Consagra e Antonio Sanfilippo. La loro ricerca testimonia quanto l’isola abbia partecipato attivamente al rinnovamento del linguaggio artistico nazionale, contribuendo a superare la tradizionale identificazione dell’arte italiana con la sola figurazione. Accardi, in particolare, è presente anche nella collezione della Fondazione con opere di grande formato collocate nella corte d’ingresso e con altri lavori negli spazi espositivi. A lei si affiancano, fra gli altri, Sanfilippo e Consagra, mentre la raccolta della Fondazione comprende anche opere di Bice Lazzari, Fabio Mauri, Gastone Novelli, Giovanni Anselmo e Jannis Kounellis. Un dialogo tra collezione pubblica e patrimonio privato che arricchisce la lettura della mostra e ne radica la presenza nel territorio. Non è secondario, del resto, che l’esposizione nasca dalla collaborazione fra una grande istituzione statale e una fondazione privata siciliana.
È il secondo capitolo dell’accordo triennale avviato con l’esposizione “Da Burri a Cattelan”. Mazzantini descrive il progetto “Museo migrante” come un modo per far conoscere le collezioni della Gnamc oltre la sede romana, trasformando il museo in un interlocutore attivo su scala nazionale. La direttrice ricorda che, su un patrimonio di circa ventimila opere, soltanto una parte limitata può essere esposta stabilmente: portare una selezione di opere a Catania significa dunque rendere accessibile una ricchezza altrimenti invisibile, offrendo l’opportunità a una realtà isolana di essere parte integrante di questa storia, non una periferia rispetto ai centri tradizionali dell’arte italiana.
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