Con due figli e costi domestici ordinari, la simulazione di Italia Informa stima circa 2.970 euro di spese essenziali al mese: 3.000 euro lasciano appena 30 euro prima di sport, vacanze, cultura e vero risparmio. L’Istat rileva che il 16,1% delle famiglie del ceto medio fatica già ad arrivare a fine mese.
Due stipendi, due figli, una casa comprata con il mutuo. Fino a pochi anni fa era la fotografia quasi scolastica della stabilità economica. Oggi può bastare un pieno più caro, una bolletta anomala, il dentista di un figlio o un guasto all’auto per trasformare un mese normale in un mese in rosso. Il caso raccontato da Repubblica a Settimo Torinese — due coniugi di 34 e 37 anni, due redditi e due figli — ha reso visibile un problema molto più largo. La famiglia dice di avere cominciato a controllare ogni uscita e a ridurre ciò che prima sembrava ordinario: sport, viaggi, consumi culturali. “Pensavamo non dico di stare bene, ma almeno di avere una vita tranquilla”, racconta uno dei due coniugi. È la distanza tra quella tranquillità immaginata e i conti di oggi che misura la nuova fragilità del ceto medio.
L’Istat, nel Rapporto annuale 2026, prova perfino a delimitare statisticamente questa fascia. Seguendo la definizione Ocse, considera ceto medio chi vive in famiglie con reddito equivalente netto compreso fra il 75% e il 200% della mediana. Nel 2025 vi rientrava il 61,2% dei residenti italiani. Quasi un terzo delle famiglie di questo gruppo, il 32%, è costituito da coppie con figli e circa otto su dieci vivono in una casa di proprietà. Non significa, però, che siano al riparo. Il 16,1% delle famiglie del ceto medio dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà; poco meno della metà della popolazione, considerando tutte le classi di reddito, riferisce di non essere riuscita a risparmiare nell’ultimo anno.
C’è un altro numero che aiuta a capire perché la soglia psicologica dei 3.000 euro mensili non garantisca più una vita larga a una famiglia con figli. Nell’ultima rilevazione completa sulle spese familiari, relativa al 2024, l’Istat calcola per una coppia con due figli una spesa media di 3.805,38 euro al mese. È una media, non una soglia minima di sopravvivenza, e comprende anche consumi rinviabili e gli affitti figurativi attribuiti ai proprietari di casa. Ma è comunque un riferimento potente: fotografa il livello effettivo dei consumi di quel tipo di nucleo prima della nuova fiammata dei prezzi del 2026. Per l’intero insieme delle famiglie, la spesa media era 2.755 euro e quella mediana 2.240 euro.
Italia Informa ha allora costruito uno stress test, non una soglia ufficiale di povertà: stessa famiglia, due adulti e due figli, tre redditi netti mensili — 2.000, 3.000 e 4.000 euro — e un paniere prudenziale di spese difficilmente evitabili. L’ipotesi considera circa 1.000 euro per abitazione, utenze e costi domestici, 700 per alimentari e prodotti di base, 450 per trasporti e auto, 120 per salute e farmaci, 250 per scuola e bisogni dei figli, 180 per assicurazioni, telefono e internet, 150 per abbigliamento essenziale e cura personale, 120 per manutenzioni e piccoli imprevisti. Totale: 2.970 euro al mese. Sono escluse vacanze, ristoranti, sport a pagamento, spettacoli, acquisti importanti, rate straordinarie e un vero accantonamento per il futuro. La cifra va letta come simulazione giornalistica: cambia molto fra Milano e un piccolo centro del Sud, tra chi paga un affitto di mercato e chi ha una casa ereditata, tra una famiglia con un’auto e una con due.
Con 2.000 euro netti al mese, il bilancio teorico è negativo di circa 970 euro prima ancora delle spese discrezionali. Per stare dentro il reddito la famiglia deve quindi cambiare casa o ridurne il costo, rinunciare all’auto o farsi aiutare, comprimere la spesa alimentare, affidarsi ai nonni per i figli, rinviare cure o manutenzioni, oppure utilizzare risparmi e patrimonio. Non è più un problema di “gestire meglio” il denaro: a quel livello di reddito, per una coppia con due figli e costi abitativi ordinari, è la struttura del bilancio a non chiudere.
Con 3.000 euro, nella stessa simulazione, restano 30 euro. Tecnicamente il mese si chiude; economicamente la famiglia non ha quasi alcun cuscinetto. Bastano 300 euro di dentista, una riparazione dell’auto da 600 euro o una rata scolastica concentrata in un mese per cancellare l’equilibrio. E se si volesse accantonare anche solo il 10% del reddito per emergenze, pensione integrativa, università dei figli o perdita temporanea del lavoro, il bilancio tornerebbe in rosso. È qui che la definizione di ceto medio perde il suo significato tradizionale: non povertà, ma assenza di margine.
Con 4.000 euro netti, il residuo sale a circa 1.030 euro. È la prima fascia dei tre esempi in cui ricompaiono contemporaneamente risparmio, tempo libero e capacità di assorbire un imprevisto senza ricorrere al credito. Ma anche qui la distanza dalla ricchezza è enorme: l’Istat calcolava già nel 2024 una spesa media di 3.805 euro per una coppia con due figli. E nelle grandi città un affitto o un mutuo elevato può assorbire da solo gran parte del margine aggiuntivo.
La pressione del 2026 si concentra, soprattutto, sulle voci meno rinviabili. Confcommercio stima che le spese obbligate assorbano il 41,7% dei consumi delle famiglie, contro il 37% del 1995. A prezzi costanti valgono 9.693 euro pro capite l’anno; la sola abitazione ne rappresenta 5.335, assicurazioni e carburanti 2.310, energia 1.829. Il dato non può essere moltiplicato meccanicamente per quattro per ottenere il bilancio di una famiglia, ma descrive la trasformazione strutturale dei consumi: prima ancora di scegliere cosa comprare, una quota crescente del portafoglio è già impegnata. Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, chiede di ridurre il peso di tasse, tariffe e costi fissi proprio per liberare capacità di consumo.
Ad agosto la situazione si è irrigidita. L’inflazione è salita al 3,3%, massimo da quasi tre anni, spinta dagli energetici, cresciuti del 17% su base annua. I prodotti ad alta frequenza di acquisto sono passati dal +3,4% al +4,3%. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori, presieduta da Massimiliano Dona, per una coppia con due figli il tasso di agosto equivale a 1.184 euro di maggiore spesa annua a parità di consumi: 385 euro riconducibili ad abitazione, elettricità e gas e 358 ai trasporti. Il Codacons arriva a una stima ancora più alta, 1.507 euro l’anno per un nucleo con due figli. Sono metodologie associative, non stime Istat del costo individuale di ogni famiglia, ma indicano entrambe dove si sta concentrando il colpo.
Il lavoro, intanto, manda un messaggio apparentemente opposto. A luglio gli occupati hanno raggiunto 24,37 milioni, 307 mila in più rispetto a un anno prima; i dipendenti permanenti sono aumentati di 303 mila. È un miglioramento reale del mercato del lavoro. Ma più occupazione non significa automaticamente più benessere per ogni nucleo. Nei primi sei mesi del 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,6% sull’anno precedente; l’inflazione di agosto corre ora al 3,3%. E soprattutto il recupero delle perdite accumulate negli anni dello shock energetico è incompleto. L’Istat stima che nel 2025 le retribuzioni contrattuali avessero ancora perso l’8,6% di potere d’acquisto rispetto al 2019. L’Ocse, usando una base diversa, calcola che i salari contrattuali reali fossero ancora l’8,8% sotto gennaio 2021.
È importante non trasformare il racconto in una tesi a senso unico. Nicola Curci e Antonella Tomasi, economisti della Banca d’Italia, hanno stimato che nel 2025, in media, le famiglie avessero recuperato il potere d’acquisto perso con lo shock inflazionistico e che i tre quinti centrali della distribuzione avessero più che recuperato. Anche la Relazione annuale della Banca d’Italia registra nel 2025 un aumento dello 0,9% del reddito disponibile reale. Il problema è la composizione di quel recupero: più occupazione, interventi fiscali e trasferimenti hanno sostenuto il reddito complessivo, mentre molti salari individuali restano indietro; inoltre la stessa Banca d’Italia osserva un deterioramento della capacità di risparmiare soprattutto nei nuclei a reddito più basso.
Un altro studio di Via Nazionale, firmato da Gaetano Basso, Francesca Carta, Concetta Rondinelli, Federico Tullio e Francesca Zanichelli, aiuta a spiegare perché i consumi restino prudenti anche quando il reddito sale. Dopo la pandemia è diminuita la propensione marginale al consumo e circa due terzi di quella riduzione sono attribuiti a comportamenti più cauti delle famiglie davanti all’incertezza. In altre parole, una parte del denaro che teoricamente potrebbe tornare nei negozi resta ferma perché serve da assicurazione privata contro il prossimo shock.
Il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, da tempo legge questa inquietudine come un fatto politico oltre che economico. “Il vero problema sociale e politico dell’Italia è il potenziale impoverimento del ceto medio”, ha detto in un’intervista del 2025. Il 59° Rapporto Censis ha descritto una società che ha ridimensionato aspettative e desideri: non necessariamente famiglie precipitate nella povertà, ma nuclei che si adattano, rinviano, scelgono una versione meno costosa della vita che pensavano di potersi permettere.
La politica ha provato a intercettare il problema. La legge di Bilancio 2026 ha ridotto dal 35% al 33% la seconda aliquota Irpef fra 28 mila e 50 mila euro di reddito. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva quantificato il beneficio medio in circa 210 euro per 13,6 milioni di contribuenti. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima per le famiglie un beneficio netto complessivo di 7 miliardi nel 2026 dalle misure della manovra. A giugno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione di ridurre ulteriormente il carico fiscale sul ceto medio. Ma 210 euro medi l’anno equivalgono a 17,50 euro al mese: utili, certamente, ma lontani dalle variazioni che energia, trasporti e casa possono imprimere in poche settimane a un bilancio familiare.
L’Istat prevede per il 2026 una crescita dei consumi delle famiglie di appena 0,6%, dopo l’1,1% del 2025, frenata dal rallentamento delle retribuzioni pro capite e dall’aumento dell’inflazione. Nel secondo trimestre i consumi nazionali sono comunque cresciuti dello 0,3% sul trimestre precedente, segno che non c’è un crollo della domanda. C’è piuttosto una lunga selezione delle spese: ciò che è obbligatorio viene pagato, ciò che può attendere viene rimandato, ciò che appartiene alla qualità della vita entra in concorrenza con il risparmio.
È questo che i tre redditi della simulazione fanno vedere. A 2.000 euro si taglia per sopravvivere al mese; a 3.000 si riesce a pagare quasi tutto ma si perde il margine; a 4.000 torna la possibilità di scegliere, purché casa e trasporti non siano fuori scala. La crisi del ceto medio italiano non coincide con un improvviso scivolamento collettivo nella povertà. Somiglia di più a una progressiva erosione della distanza che separava una famiglia normale dall’imprevisto: prima era uno stipendio in più sul conto, poi qualche migliaio di euro di risparmi, oggi spesso è una carta di credito, una rinuncia o un trasferimento dai nonni.
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