#Finsubito news dalla rete – LA SENTENZA. Ecco perché il noto imprenditore Giovanni Malinconico è stato assolto dai giudici che hanno confermato la confisca dei suoi beni. La dichiarazione di Iovine e…


CASERTA – La Corte d’Appello di Napoli ha confermato in via definitiva la confisca dei beni di Giovanni Malinconico, imprenditore originario di Ailano, divenuto negli anni uno degli imprenditori di riferimento di Antonio Iovine O’Ninno, il boss del clan dei Casalesi, secondo le parole dello stesso Iovine, però assolto dopo un’iniziale condanna a 4 anni, annullata con rinvio in Appello che lo ha definitivamente assolto per concorso esterno in associazione mafioda. La decisione era stata presa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel 2023 e ora non è più impugnabile.

Restano quindi sotto sequestro la Giovanni Malinconico Spa, le quote in diverse società – Villa Literno 2008, Capua Nord 2009, Fiume Volturno – oltre al 50% della Destra Volturno e al 98% dell’Aquae Neapolis, quest’ultima formalmente intestata a Tatyana Belova. Confermata anche la confisca di un’auto, una Dodge Viper Cabriolet, e di un motociclo.

I giudici hanno motivato la decisione facendo riferimento al legame che sarebbe esistito tra l’imprenditore e il gruppo di Antonio Iovine, nel clan dei Casalesi. I legali difensori avevano sostenuto che Malinconico fosse una vittima dei clan, ma per i giudici dell’Appello non si trattava di vittima, ma così come non si trattava di un imprenditore intraneo alla fazione di Iovine. Ad esempio, nel processo penale non era stata provata con sufficiente certezza la maniera in cui sarebbero stati alterati i bandi di gara. Il punto decisivo, quindi, non è che quei rapporti non ci siano stati, ma che non è stata dimostrata la turbativa d’asta.

Malinconico, in buona sostanza, al di là dell’assoluzione formale, è stato ritenuto “imprenditore di fiducia”, come dichirato da Antonio Iovine O’Ninno, nella sua veste di collaboratore di giustizia. Di qui, la valutazione della corte di Appello sulla questione patrimoniale considerata, in sostanza, una situazione tipica di testa di legno, di prestanome.

Secondo la Corte, le dichiarazioni di Nicola Schiavone ed Emilio Di Caterino confermano la vicinanza di Malinconico e della sua attività alla fazione di Iovine. Questo porta i giudici a respingere l’idea che l’imprenditore fosse soltanto vittima di estorsioni. L’altro elemento alla base della confisca è la sproporzione tra redditi dichiarati e spese. Il decreto cita il 2005: Malinconico dichiarò 2.278 euro di reddito, ma nello stesso periodo sostenne uscite per quasi 289 mila euro, tra cui 168 mila per un fondo rustico e 98 mila per la Dodge.


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