Com’è possibile che un impianto sportivo all’avanguardia, costato oltre tre milioni di euro e costruito con le necessarie autorizzazioni edilizie, finisca all’asta acquistato per cinquecentomila euro proprio dal Comune che, in disaccordo con se stesso, lo ritiene comunque abusivo? Semplice: prima lo si dichiara irregolare improvvisamente ricordando vincoli archeologici non indicati nei permessi e aree SIN da bonificare, poi lo si soffoca con anni di cause pretestuose, diffide e trattative fantasma, e infine – ridotto a un relitto saccheggiato e abbandonato – lo si ricompra a prezzo di saldo. È la nuova, incredibile pagina della via crucis della società Priolo Sport Center, la storia kafkiana di una famiglia intrappolata in un labirinto di permessi falsamente regolari, omissioni istituzionali e scaricabarile burocratici, e in ultimo beffata.
Già tra il 2019 e il 2020 ci eravamo occupati di questa incredibile vicenda, evidenziando le anomalie istituzionali e la solitudine di Carmelo Guarino, della moglie e del cognato, cui le due società sportive coinvolte fanno capo. Ora l’epilogo sembrerebbe dar ragione a Guarino.
“Dopo aver spalancato le porte al mio investimento milionario, rilasciando concessioni e agibilità rivelatesi carta straccia, hanno usato l’arma logorante della falsa trattativa e del muro di gomma per coprire le proprie responsabilità e fare l’affare: riuscire a comprare all’asta giudiziaria con cinquecentomila euro un impianto sportivo da tre milioni dopo averci tenuto sulla graticola per cinque anni“.
L’aggiornamento sui fatti si snoda durante una passeggiata surreale con Guarino e la moglie, Cinzia Di Cara, tra quello che un tempo, almeno per una decina d’anni (dal 2008 al 2018), è stato un impianto d’eccellenza e ora presenta muri ricoperti da rozzi murales, campi di calcetto ancora in buone condizioni ma l’edificio principale devastato. La grande palestra del piano superiore è stata saccheggiata di tutto: sanitari, docce, attrezzi, cavi elettrici e caldaie, e le strutture per il nuoto, le due piscine, gli spogliatoi, la grande hall di ingresso versano nel degrado più totale.
“Era tutto perfettamente funzionante e organizzato. E pulito: per noi la pulizia era una priorità – racconta Cinzia Di Cara -. L’impianto per anni ha ospitato attività di livello, comprese le gare regionali per esordienti e tornei per disabili. Per i bambini c’erano spogliatoi con i bagnetti dedicati per non farli stare con gli adulti. Abbiamo ospitato eventi importanti a cui partecipavano atleti di altre città. Ricordo una bella festa per l’inclusione molto partecipata e momenti straordinari
Al di là delle ampie vetrate ormai in parte sfondate e prese a pietrate, resta la stupenda vista del mare – non interrotta da ciminiere – e le chiome di quel che resta degli alberi curati e mantenuti con attenzione maniacale. Il racconto di Guarino oscilla tra momenti di forte emozione e una determinazione cocciuta e inscalfibile.
“Mi hanno intimato di lasciare questo posto – ripete –. Ma io non me ne andrò. Non fino a quando non sarà fatta giustizia“.
Dalle sue parole, confermate dalla mole dei documenti visionati, prende forza la teoria della trappola in cui la coppia sarebbe caduta. Per anni, mentre l’impianto agonizzava sotto il peso di vincoli archeologici irresponsabilmente non indicati nel certificato di destinazione urbanistica dei terreni (quelli sulle catacombe di Manomozza risalenti al 1958) e per le aree SIN da bonificare, il Comune avrebbe tenuto in piedi una pretestuosa trattativa per l’acquisto della struttura, nel frattempo, però, mettendo in campo una serie di azioni capaci di scoraggiare chiunque: cause per presunti danni ambientali poi smontate dai giudici, un procedimento penale per lavori abusivi da cui la proprietà è uscita indenne, diffide e cartelle esecutive per i tributi locali sull’immobile ormai privo di attività per 1,2 milioni di euro, per i giudici non dovuti.
Voci di corridoio, pacche sulle spalle con la raccomandazione di non fare problemi perché tanto l’ente se lo stava comprando, promesse d’importanti cifre e impegni presi prima dalla giunta Toppi, poi dalla giunta Rizza e infine Gianni, con banche allertate e notai messi in moto, hanno fatto da contorno a un teatrino durato anni. Le trattative per l’acquisto erano iniziate nel 2008 per 2,1 milioni, ma nel 2012 l’allora sindaco Toppi modificò unilateralmente i termini, intavolando una trattativa diretta con l’istituto di credito e scavalcando la proprietà. La rottura definitiva si è consumata nel 2018. Sul fronte giudiziario la battaglia resta aperta, tra verdetti ribaltati in appello e il ricorso in Cassazione che il legale di Guarino ha presentato.
“Una messinscena – sostiene Guarino – per guadagnare tempo e far scattare la prescrizione nei procedimenti penali, evitando che venisse a galla chi, all’interno degli uffici pubblici, aveva autorizzato l’inautorizzabile“. Ed è così che, alla fine, la proprietà si è ritrovata a subire l’esecuzione immobiliare e lo sfratto da parte dei custodi giudiziari.
L’immobile, svuotato di valore commerciale dai vincoli ambientali e archeologici e gravato da un’esecuzione che nessun investitore sano di mente avrebbe osato sfidare, è finito all’asta. Con un solo offerente: il Comune di Priolo, che non sembra preoccuparsi del paradosso finale che ha dell’incredibile. Un ente locale – la pubblica amministrazione – che oggi si ritrova proprietario, con i soldi dei contribuenti, di un impianto che esso stesso ha definito ‘abusivo’ e che quindi, secondo le rigide prescrizioni della Soprintendenza, dovrebbe essere completamente smantellato e demolito.
“Forse la nostra unica colpa è stata quella di essere troppo educati, troppo corretti, troppo fiduciosi nelle istituzioni” è l’amaro commento di Cinzia e Carmelo.
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